SEMINARIO DELLA FILCTEM CGIL NAZIONALE SU BONIFICHE, RECUPERO URBANO E TERRITORIO, UN' OPPORTUNITÀ PER UN NUOVO SVILUPPO. MESTRE 3 MAGGIO  2018

 

La relazione introduttiva di Lanfranco Polverini esplicita un concetto, ma direi di più, una filosofia: NON ESISTE SVILUPPO SENZA BONIFICHE. Si tratta di azioni necessarie per la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica, ma anche precondizione essenziale per qualsiasi modello di sviluppo che passa sia per la prosecuzione di attività produttive in corso, o la riconversione (per le attività dismesse) verso un nuovo utilizzo. L'impegno delle istituzioni, ciascuna per le proprie competenze, è quello di restituire alle popolazioni i territori risanati e dare nuova vita al patrimonio attraverso la condivisione dei progetti da attuare.

 La Sardegna è una delle regioni in cui sono presenti le aree contaminate più vaste d’Italia. I numeri parlano di quasi 22 mila ettari di siti contaminati a terra e circa 35 mila ettari a mare. Insistono due aree SIN, individuate una nella parte nord dell’isola denominata Porto Torres/Sassari che si estende per circa 1874 ettari e la seconda nella parte sud della Sardegna denominata Sulcis Iglesiente/Guspinese che si estende per circa 19 mila ettari a terra e circa 32 mila ettari a mare.

 A queste si aggiungono altre aree più modeste come il SIR (sito di interesse regionale) nell'arcipelago di La Maddalena, altre aree industriali inquinate nel nuorese, o aree minerarie dismesse che, pur non facenti parte delle aree SIN, sono assoggettate, con provvedimento della Regione Sardegna, alle stesse procedure dei siti di interesse nazionale.

 La peculiarità dell'area Sin del Sulcis Iglesiente e Guspinese deriva dal fatto che metà delle aree contaminate, 9000 ettari, è costituita da siti minerari dismessi. La presenza importante delle attività minerarie, che in un primo periodo ha dato vita a un rilevante sviluppo economico e culturale, ha lasciato una pesante eredità in termini di degrado ambientale e di pericolo per la salute pubblica. Una situazione provocata anche dai limiti normativi e (soprattutto nel passato) dalla scarsa attenzione verso i temi ambientali.

 Nel 2008, per cercare di avviare i primi interventi urgenti, rimuovere le situazioni di pericolo, fronteggiare i danni provocati dall'inquinamento e accelerare le procedure autorizzative dei progetti, il presidente della Regione Autonoma della Sardegna è stato nominato (Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n.3640 del 15

gennaio), “Commissario delegato per l'emergenza ambientale relativamente alle aree minerarie del Sulcis-Iglesiente e del Guspinese della Regione”. Il Commissario ha svolto il suo ruolo, supportato da un Ufficio Tecnico, fino al 31 dicembre 2012, sino a quando le competenze sono state ritrasferite al Ministero dell’Ambiente.

 A novembre 2013 è stato stipulato poi un apposito Accordo di programma tra RAS e Ministero, per lo snellimento delle procedure tecnico-amministrative relative agli interventi nelle aree minerarie dismesse nel SIN, con istituzione di un Tavolo Tecnico ad hoc, convocato dall’Assessorato Ambiente della RAS.

 I dati, stimati nel Piano di bonifica delle aree minerarie dismesse del Sulcis Iglesiente

– Guspinese redatto nel marzo 2008 dall’Ufficio del Commissario, sono impietosi: l’area vasta interessata è di 243,5 Km quadrati, al suo interno sono stati censiti 147 scavi a cielo aperto pari a 21,4 milioni di m³, 474 discariche minerarie pari a 6,6 milioni di m³, 28 bacini fanghi con volumetrie pari a 17,5 milioni di m³, 36 abbancamenti fini pari a 4,6 milioni di m³ ed infine 1,4 milioni di m³ di sedimenti contaminati.

 Sino a oggi nessuna certificazione di avvenuta bonifica è stata rilasciata dalle due ex Province competenti in materia, ricadenti nell’area SIN; emerge quindi un ritardo importante che di fatto genera limite nella programmazione sul riutilizzo delle aree. Pensiamo per esempio alla non riuscita del bando internazionale Luxi, bando promosso qualche anno fa (nel 2006) dalla Regione Sardegna per il riutilizzo a fini turistici delle coste sud occidentali della Sardegna al quale i grandi gruppi immobiliari pur attratti dalle bellezze del territorio, non parteciparono proprio perché le aree interessate non erano ancora state bonificate.

 A caratterizzare il programma di bonifiche sono stati i ritardi che hanno interessato le diverse istituzioni mentre le risorse sono rimaste per larga parte inutilizzate, a dimostrazione che anche quando le risorse esistono non possono o non vengono utilizzate. I fondi europei FSC sono stati più volte rimodulati e, per ben due volte, decurtati del 15%. Nell'ultimo report del Piano Sulcis le risorse immediatamente disponibili tra i vari enti locali e le società partecipate della Regione, certificano la disponibilità per circa 220 milioni di euro.

 Sino a oggi esistono solo due “grandi” progetti di bonifica approvati: il primo è un progetto di bonifica d’area vasta nella Valle di Iglesias (importo di progetto circa 43 milioni di euro) i cui lavori saranno avviati presumibilmente nel 2019 e il secondo riguarda il sito della ex miniera d’oro di Furtei (importo di progetto circa 65 milioni di euro), dove a dicembre 2017 sono state avviate le bonifiche.

 La norma di riferimento anche per le bonifiche minerarie è il D.Lgs. 152/06 e include le disposizioni sulle opere di risanamento. Il limite della legge sta nel fatto che è orientata ad affrontare le problematiche relative all’inquinamento provocato da stabilimenti industriali, quindi mal si adatta alle aree minerarie, dove l’inquinamento

è diffuso su area vasta e dove spesso sono molto elevati i valori di fondo naturale (ovvero  le  concentrazioni  naturali  degli  elementi  contaminanti   nei   suoli).   Altro limite normativo è la legge sui rifiuti minerari (D.Lgs. 117/08), attuazione di Direttiva comunitaria 2006/21/CE (del 2006), strutturata per le attività minerarie ancora in esercizio. Il decreto non colma il vuoto legislativo esistente per i rifiuti estrattivi di vecchia data e non prevede procedure e/o linee di indirizzo in merito. Nel caso delle aree minerarie dismesse si tratta, infatti, di rifiuti riconducibili ad attività chiuse o abbandonate, cui si applica a fatica la normativa a disposizione e ancor meno può trovare attuazione la direttiva europea “chi inquina paga”

 Per mitigare i limiti normativi sopra descritti l’Ufficio del Commissario Delegato per l'emergenza concernente l'inquinamento delle aree minerarie dismesse del Sulcis- Iglesiente e del Guspinese ha adottato con Ordinanza commissariale di giugno 2010, le “Linee guida per la caratterizzazione e la bonifica delle aree minerarie dismesse”. Il documento è specifico per le aree minerarie dismesse e descrive le modalità di esecuzione delle attività di caratterizzazione e bonifica, approfondendo concetti importanti come quelli di fondo geochimico naturale e contaminazione di area vasta.

 Tuttavia, pur chiarendo e semplificando una serie di aspetti e procedure, non risolve il problema alla radice perché non modifica la matrice legislativa. Non a caso, da tempo, si sollecita un intervento normativo specifico.

 La gravità e complessità del problema avrebbe sicuramente meritato una legge nazionale dedicata; tuttavia sarebbe già un grande passo avanti una legge regionale sulle bonifiche minerarie, che permetta di affrontare al meglio la specificità regionale colmando i vuoti o limiti normativi emersi.

 Sarebbe inoltre auspicabile la sottoscrizione di un Accordo tra Ministero e Regione Sardegna, con cui si ridefinisca il commissariamento per quella che ancora è un'emergenza ambientale!

 La chiusura dell’Ufficio del Commissario ha cancellato quel supporto che le figure professionali competenti offrivano a tutti gli enti interessati. L'ufficio, oltre ad occuparsi delle procedure, svolgeva un compito di “consulenza” verso le amministrazioni e gli enti, nell’ottica della razionalizzazione delle risorse, della semplificazione, dell’efficientamento e della condivisione del “metodo”. La parcellizzazione del personale impiegato in questa positiva esperienza rischia di vanificare quanto prodotto in questi anni. Oggi spesso abbiamo a che fare con funzionari che arrivando da esperienze diverse e che vorrebbero applicare in modo rigido la normativa in materia ambientale, senza considerare le specificità delle aree minerarie dismesse.

 Altro limite emerso è legato ai tempi lunghi della burocrazia. Mediamente per arrivare all’approvazione di un piano di bonifica (a partire dalle fasi di caratterizzazione ambientale) ci vogliono circa sette-dieci anni; un tempo eccessivo e

non accettabile in cui nel frattempo cambiano i costi, le tecniche progettuali e talvolta addirittura le leggi. Per questo motivo si ritiene necessario rimarcare quanto sia doveroso procedere allo snellimento e alla semplificazione delle procedure. È indispensabile avere certezza dei tempi per garantire l’efficacia dell’azione amministrativa.

 Per restare nel sito di interesse nazionale del Sulcis Iglesiente e Guspinese (perimetrato in via definitiva con Decreto del Ministro dell’Ambiente n. 304 del 28 ottobre 2016), questo ricomprende, oltre alle aree minerarie gli agglomerati industriali di Portovesme, Sarroch e Macchiareddu, le aree industriali di Villacidro e San Gavino Monreale che si estendono per circa 10000 ettari.

 Polverino, nella sua relazione evidenziava le difficoltà nell’applicare la direttiva comunitaria esplicitata nella 152 “chi inquina paga”; in questo caso possiamo raccontare un’esperienza positiva; nell’ultimo report del Piano Sulcis troviamo infatti i programmi di Bonifica a integrale carico delle Aziende nell’area del polo industriale di Portovesme

 Il rapporto riepiloga le principali azioni di bonifica e/o di messa in sicurezza operativa e/o permanente dei suoli e attività di messa in sicurezza d’emergenza e/o bonifica della falda acquifera, già realizzate, in fase di realizzazione o di cui è stata decisa la realizzazione nell’Area Industriale di Portovesme, con investimenti a carico totale delle Aziende che li hanno in attuazione - Alcoa, Portovesme srl, Eurallumina, Enel, Ligestra.

 Queste azioni sono state deliberate con una serie di decreti del Ministero dell’Ambiente poiché riguardano un Sito d’Interesse Nazionale (SIN Sulcis- Iglesiente-Guspinese) e a seguito di complessi procedimenti conclusi con conferenza di servizi decisoria. Tali procedimenti hanno fortemente impegnato l’Assessorato Regionale dell’Ambiente, la Provincia SUD Sardegna, il Comune di Portoscuso, Arpas, Ispra e altri pubblici soggetti, oltre alle Aziende interessate.

 Come già sottolineato, il costo dei progetti è posto totalmente a carico delle Aziende sulla base dell’applicazione del principio “chi inquina paga” secondo quanto previsto dalla direttiva 2004/35/CE. Le stesse Aziende sono responsabili dell’attuazione sotto il controllo delle autorità competenti.

 Si tratta di impegni che attualmente ammontano a oltre 170 milioni di euro per costi di investimento e a oltre 60 milioni di euro per costi di gestione parametrati per difetto su 5 annualità.

 Stato attuale iter procedimento:

 A seguito dello svolgimento del tavolo di coordinamento, coordinato dalla Regione, Provincia, Arpas e Ispra hanno determinato i contaminanti indice. Le aziende hanno

elaborato e condiviso un algoritmo di ripartizione dei costi nel rispetto dei criteri approvati dalla conferenza di febbraio 2017.

 Il Ministero dell’Ambiente, con proprio decreto di fine gennaio 2018, ha approvato i criteri per la ripartizione dei costi di realizzazione e gestione della barriera interaziendale sulla base del principio “chi inquina paga”, nonché la lista dei contaminanti indice per azienda.

 Si attende dalle Aziende il progetto definitivo che dovrà essere approvato per poter essere realizzato.

 Il report del Ministero dell’Ambiente sullo stato delle procedure per le bonifiche delle aree SIN del Sulcis Iglesiente e Guspinese aggiornato al 31 dicembre 2017 evidenzia una situazione non proprio esaltante:

 circa il 48 % di aree a terra caratterizzate per la bonifica falda e terreni

 circa il 10% di aree a terra con progetto di messa in sicurezza/bonifica presentato per bonifica terreni e falda

 circa il 10% di aree con progetto di messa in sicurezza/bonifica approvato con decreto per la bonifica dei terreni e falda

 soltanto il 6% di aree con procedimento concluso (rispetto a superficie SIN) (concentrazioni < CSC concentrazioni soglia di contaminazione o CSR concentrazioni soglia di rischio per la bonifica terreni e falda)

Nonostante i proclami per l’avvio dei lavori per la bonifica della falda acquifera Syndial di Porto Torres a oggi le opere rimangono al palo. Il progetto da 138 milioni di euro che interesserà le aree industriali (per mille ettari) sviluppate negli anni Sessanta dalla Sir e affidate ex lege a Eni, allora ente pubblico, nel 1982 e oggi di proprietà di Syndial. Un progetto, che segue opere già avviate e propedeutico al rilancio di un’area considerata ancora oggi strategica. Il ministero dell’Ambiente ha emesso il decreto per il via libera alle opere. Il progetto era stato approvato nella Conferenza di servizi decisoria nel gennaio 2016. La società Syndial, secondo il principio del chi inquina paga, dovrà far iniziare i lavori su un’area di mille ettari per l’importo stimato di quasi 138 milioni di euro. Nello specifico i due interventi approvati nel 2016, ricadono, come fanno sapere dalla Regione «uno sull’intera falda dell’area Syndial e l’altro, sulla falda sottostante la discarica Minciaredda, già oggetto della Fase I del Progetto Nuraghe su cui è attualmente in corso il procedimento di impatto ambientale».

 Il provvedimento avvia il percorso che porta alla chiusura di un processo avviato dieci anni fa, ma che ha visto la svolta nel 2016. Syndial, nella sua qualità di proprietario delle aree si sta facendo carico degli oneri di bonifica e ha finora speso

circa 286 milioni di euro per interventi di risanamento che interessano i comparti suolo, falda e demolizioni, Taf e barriere, oltre ai costi di gestione delle aree industriali. Per la bonifica dei suoli nel marzo 2016 il Ministero dell’Ambiente ha emesso il decreto “Progetto Nuraghe” che ha autorizzato gli interventi per la discarica Minciaredda, peci Dmt e palte (125 milioni di euro)».

 In attesa delle autorizzazioni di “secondo livello” «Sindyal ha avviato tutti i lavori propedeutici (allacciamenti, opere di cantierizzazione, bonifica da ordigni bellici e attività di sfalcio)».

 Nel febbraio del 2018, dopo mesi di silenzio, l'assessore regionale all'ambiente ha dichiarato che, finalmente, l'iter autorizzativo in capo alla regione Sardegna si era concluso e che nel giro di 30 giorni, necessari alla provincia di Sassari per finalizzare la pratica, si sarebbe potuti partire. Sono passati da allora 60 giorni e dalla Provincia nessuna autorizzazione.

 Sull’area Sin di Portotorres/Sassari il report del Ministero dell’Ambiente sullo stato delle procedure per le bonifiche delle aree SIN aggiornato al 31 dicembre 2017 appaiono, seppur su un’area non grandissima, in uno stato avanzato.

 Il 71% di aree a terra caratterizzate per la bonifica di falda e terreni

 Circa il 60% di aree a terra con progetto messa in sicurezza/bonifica presentato per la bonifica terreni e falda

 L’8% di aree con progetto di messa in sicurezza/bonifica approvato con decreto per la bonifica terreni e falda.

 Il 65% di aree con progetto di messa in sicurezza/bonifica approvato con decreto per la bonifica della falda

 % di aree con procedimento concluso (rispetto a superficie SIN) concentrazioni < CSC (concentrazioni soglia di contaminazione) o CSR (concentrazioni soglia di rischio); bonifica terreni e falda 12% ; 2% .

 Nonostante le criticità evidenziate appare evidente il tema bonifiche non può essere né rinviato né sottovalutato; la nostra categoria ha il dovere di chiedere con forza ai soggetti economici, enti locali e di controllo, ciascuno per il proprio pezzo di competenza, di procedere senza esitazioni alla bonifica delle aree inquinate. Questo rappresenta l’unico viatico per restituire alle generazioni future un territorio risanato.

 Ma non è tutto, per chi come la Filctem, crede che l’industria e l’ambiente possano e debbano coesistere è l’unica risorsa contro i detrattori e pseudo ambientalisti.

Per fortuna non si parte da zero, esistono esperienze positive per dimostrare quanto detto pocanzi e costruire insieme modelli che uniscano pianificazione urbanistica e bonifiche.

Abbiamo parlato precedentemente delle aziende che in continuità produttiva stanno investendo ingenti risorse nella bonifica, e altre che in attesa di ripartire fanno altrettanto come Ex Alcoa o Eurallumina, che, a proposito di burocrazia, ha in essere un iter autorizzativo per la ripartenza della fabbrica da oltre 1500 giorni!!!!!

 Tra le esperienze positive la trasformazione di un vuoto di coltivazione mineraria trasformato in una discarica di rifiuti per gli scarti di lavorazione della Portovesme SRL, fabbrica attiva nella produzione di piombo e zinco.

 L'impianto di discarica realizzato ha avuto il duplice compito di porre rimedio al degrado ambientale del territorio, e recuperare dal punto di vista ambientale l'area, che l'attività mineraria ha seriamente compromesso e nel contempo consentire la continuità produttiva degli stabilimenti di Portovesme e San Gavino (Oltre 2.000 lavoratori fra diretti e indiretti).

 La realizzazione degli interventi ha consentito di interdire in maniera perpetua l'effetto della contaminazione prodotta dalle lavorazioni minerarie; ha permesso il ripristino dei luoghi, la ricostruzione boschiva delle aree a monte e la rigenerazione dei suoli a valle per l'agricoltura e per altri tipi di attività.

 Esistono anche delle eccellenze come quella delle Saline Contivecchi (Syndial) a pochi chilometri da Cagliari; da una parte la “coltivazione del sale” con il rinnovo della concessione, dall’altra i programmi di recupero ambientale per 44 milioni di euro. La Regione ha espresso, “condizionato a prescrizioni”, un «giudizio positivo sulla compatibilità ambientale al progetto (presentato dalla società Ing. Luigi ContiVecchi spa) di coltivazione e recupero ambientale per il rinnovo della concessione mineraria per la produzione di sale comune, sali potassici e magnesiaci».

 L’intervento che dovrà essere portato avanti riguarda area denominata “Stagno di Cagliari, Saline di Macchiareddu, Laguna di Santa Gilla” inserita nel Sic (sito di importanza comunitaria) e l’area “Stagno di Cagliari” inserito nella Zps, zona di protezione speciale. «La procedura di Valutazione di impatto ambientale ricomprende anche la Valutazione di incidenza.

 Il progetto di coltivazione e recupero ambientale, relativo al rinnovo della concessione mineraria “Stagno di Santa Gilla”, prevede il proseguo dell’attività estrattiva di sale marino. Rispetto alla perimetrazione storica, il progetto di rinnovo prevede una riperimetrazione dei limiti della concessione, con l’esclusione di alcune aree, in particolare nella parte nord occidentale, non utilizzate ai fini produttivi».

Ambiente, attività estrattiva ma anche cultura e turismo, sono le caratteristiche del sito che si estende per 2.615 ettari e ha un potenziale annuo di 400 mila tonnellate di sale. In parallelo all’attività produttiva c’è quella delle visite guidate che si possono svolgere in virtù dell’accordo firmato da Fondo ambiente italiano e Syndial. Per i visitatori, 13.500 presenze, nel periodo marzo-dicembre 2017, la proiezione di filmati e la consultazione di documenti oltre che la possibilità di visitare stanze e uffici trasformati in un vero e proprio museo, e il viaggio, a bordo di un trenino, attraverso le vasche evaporanti dove si possono vedere anche i fenicotteri e gli aironi.

 Il progetto rappresenta un modello di sviluppo sostenibile all’interno della zona umida internazionale dello Stagno di Santa Gilla istituita dalla Convenzione di Ramsar che mette insieme, attività estrattiva, bonifiche ambientali e turismo in contemporanea.

 Una vera sfida invece, che se vincente, potrebbe rappresentare in futuro un modello di pianificazione da riproporre, è quella relativa all’area industriale Sardamag nel comune di S. Antioco, isola nel sud Sardegna che ha tra i suoi asset strategici proprio il turismo. Nel periodo dell’autarchia su quelle aree insisteva un impianto per la distillazione del carbone sulcis per la produzione di carburanti, che ha lasciato sul suolo una contaminazione da idrocarburi pesanti e metalli.

 Una parte delle aeree, di proprietà di una società controllata dall’Assessorato Industria della Regione Sardegna, fino ai primi anni 90 veniva utilizzata per scopi industriali per la produzione di ossido di magnesio dalla cottura delle pietre calcaree. Su questa è stata eseguita la caratterizzazione ambientale ed elaborato il progetto operativo di bonifica che è in fase di istruttoria in sede di conferenza di servizi.

 Sulla parte residua, di proprietà del Comune di Sant’Antioco è in fase di realizzazione la caratterizzazione ambientale (si sta eseguendola bonifica degli ordigni bellici)

 Le aree ex Sardamag si trovano all’ingresso della cittadina di S. Antioco, hanno un’estensione di oltre 30 ettari a cui vanno aggiunti ulteriori 20 ettari delle cave di calcaree. Una parte di queste aree confinano direttamente col porto industriale e sulla costa.

 L’area ex industriale, essendo ormai parte integrante del paese, rappresenta il volano per la definitiva riconversione industriale; le ultime superfici e volumetrie da utilizzare per la pianificazione e valorizzazione.

 Attualmente nel Comune di S. Antioco è in fase di revisione del P.U.C. per l’adeguamento del PPR e prevede per queste aree uno sviluppo dal punto di vista ricettivo, servizi per il diporto nautico e servizi connessi con la residenza. Per fare ciò è necessario l’accordo tra il Comune, la Regione Sardegna e la proprietà dell’area.

La riconversione industriale a fini turistici rappresenta quindi il suo epilogo naturale che deve vedere gli attori principali impegnati in una grande sinergia dove, a fronte di un piano strategico complessivo tutti devono concorrere alla sua realizzazione e restituire alle popolazioni un ‘area bonificata” per dare una nuova idea di sviluppo e crescita.

 Nell’immediato risulta anche una risposta occupazionale, seppur non duratura nel tempo.

 Concludendo, normative chiare e specifiche, semplificazione degli iter procedurali, certezza dei tempi unite ad una sempre maggiore pianificazione strategica sul riutilizzo del territorio sono punti fondanti per rendere attuabili le bonifiche.

 A questo punto è necessario porsi una serie di domande: come decentrare poteri e risorse perché si realizzino le opere di bonifica? Istituire forme di partenariato sociale per il monitoraggio delle procedure? Fare una conferenza annuale per stati d’avanzamento e nuove acquisizioni? Come giocare il nostro ruolo di sindacato generale e industriale, fautore dello sviluppo sostenibile? Penso che da questi punti si debba ripartire. Dall’unione di questi elementi può nascere il punto di partenza. E da qui vorrei lanciare una sfida trasformando in proposta le domande con il sindacato che diventa garante e attento controllore di un processo che porti a decentrare poteri e risorse perché si realizzino le opere di bonifica; l’istituzione di forme di partenariato sociale per il monitoraggio delle procedure e inoltre la convocazione di una conferenza annuale per illustrare gli stati d’avanzamento dell’intero processo

 Tutela dell’ambiente e competitività sono sempre più legati tra loro in un sistema complesso in cui l’ambiente è un fattore di costo ma allo stesso tempo rappresenta fonte di numerose opportunità.

  

Emanuele Madeddu

Segretario Generale Filctem CGIL Sulcis Iglesiente                                          3 MAGGIO 2018

Filctem CGIL Sardegna